L’ESPERIENZA DELLA GUERRA
 

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Stanley Spencer,
Arrivo di feriti in un pronto soccorso di Smol in Macedonia, Londra, Imperial War Museum

La guerra fu un’esperienza sconvolgente, di una durezza incredibile specialmente per chi la dovette combattere al fronte. I soldati, in gran parte poveri contadini ed analfabeti ignari dei motivi di quella carneficina, tennero duro, in difesa di se stessi, della propria famiglia e della patria. Ma anche per chi rimaneva nelle retrovie della guerra, l’esperienza fu in genere traumatica ed infranse i sogni di eroismo, cambiò il modo di pensare della gente comune e distrusse rapporti consolidati nei secoli: la Grande Guerra è comunque l'ultima del secolo XX in cui, come ha scritto il critico Giovanni Raboni, l'orrore, "pur superando in misura devastante quanto di peggio gli uomini avessero sino a quel momento potuto o voluto immaginare",  può ancora essere immaginato e dunque raccontato, è "qualcosa di cui si può ancora scrivere in termini intellettualmente, emotivamente, esteticamente  umani ...".
Per questo la letteratura europea è ricchissima di opere direttamente o indirettamente ispirate ai temi del conflitto: da quelle propriamente diaristiche (Kobilek: giornale di battaglia di Ardengo SofficiNelle tempeste d'acciaio di Ernst Jünger o La mano mozza di Blaise Cendrars o, in poesia, i cosiddetti "poeti della guerra" inglesi, come Owen, Brooke, Rosenberg e Thomas) a quelle di denuncia (Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque o Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu) fino a veri e propri romanzi come Addio alle armi di Ernest Hemingway.
In particolare, fra i letterati italiani ci fu chi si ostinò a non voler vedere e sentire il richiamo della realtà, come Marinetti e D’Annunzio, e chi, invece, sconcertato dalla dura esperienza, volle riandare alle cause di quel singolare evento. La consapevolezza più profonda delle reali motivazioni della guerra sta forse in un romanzo di Antonio Borgese, Rubè, così come l’esperienza più umanamente profonda della guerra si trova nel Porto sepolto e nell'Allegria di naufragi di Giuseppe Ungaretti, un diario non in prosa, ma in poesia.
Ungaretti, figlio di emigrati, nato in terra straniera, era stato interventista come lo può essere un esule, per amore verso la Patria, ma l'esperienza della guerra fece rapidamente cadere i giovanili entusiasmi, le speranze di gloria e i miti nazionalistici, e fra gli orrori della trincea egli fu spinto a riscoprire le profondità dell’uomo ed al tempo stesso, essendo poeta, l’essenzialità della parola. La sua poesia diventa un diario di guerra, in cui il duro contatto con la realtà si esprime in un nuovo linguaggio poetico e che ha come oggetto la concreta esperienza del fante Ungaretti, che di fronte all’evidenza della precarietà della condizione umana ritrova il bisogno di una vita piena d’amore e di fratellanza.
"Di superbia ubriaca si avanzava": così scrive nel suo diario lirico Clemente Rebora, un altro poeta che meditò sulla guerra a cui aveva partecipato senza convinzione. La guerra costituì per lui un evento lacerante, da cui solo dopo molti anni doveva uscire trovando una nuova speranza nel Cristianesimo. Così ricorda, molto più tardi, la sua tragica esperienza ed insieme l’inganno subito soprattutto dai giovani.
Al contrario di quanto pensavano i letterati, la guerra non risolse alcun problema, ma li aggravò tutti, sia collettivi che personali. Infatti non solo aprì la via ai regimi totalitari, ma lasciò anche alle coscienze un’eredità di dubbio, di tormento, di angoscia, il sentimento di un vivere che è come il procedere lungo una muraglia invalicabile, che, come dice Eugenio Montale, "ha in cima cocci azzurri di bottiglia".

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