CLEMENTE REBORA Ispirati alla esperienza della guerra alla quale Rebora partecipò come ufficiale combattendo prima sullaltopiano di Asiago, poi sul Carso, questi versi esprimono con straordinaria forza drammatica la disperazione che nasce da una tragedia disumanizzante vissuta in tutto il suo orrore dal poeta, che fu addirittura congedato per una forma di nevrosi contratta durante il servizio di prima linea.
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| O
ferito laggiù nel valloncello, tanto invocasti se tre compagni interi cadder per te che quasi più non eri. Tra melma e sangue tronco senza gambe e il tuo lamento ancora, pietà di noi rimasti a rantolarci e non ha fine lora, affretta lagonia, tu puoi finire, e confronto ti sia nella demenza che non sa impazzire, mentre sosta il momento il sonno sul cervello, lasciaci in silenzio grazie, fratello. |
Voce di vedetta morta |
| Cè
un corpo in poltiglia Con crespe di faccia, affiorante Sul lezzo dellaria sbranata. Frode la terra. Forsennato non piango: affar di chi può, e del fango. Però se ritorni tu uomo, di guerra a chi ignora non dire; non dire la cosa, ove luomo e la vita sintendono ancora. |
Ma
afferra la donna una notte, dopo un gorgo di baci, se tornare potrai; soffiale che nulla del mondo redimerà ciò chè perso di noi, i putrefatti di qui; stringile il cuore a strozzarla: e se tama, lo capirai nella vita più tardi, o giammai. |